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Riccardo Zandonai

il maggiore compositore trentino

Nel segno di Zandonai

Opere zandonaiane a Teatro Francesca da Rimini in scena a Rovereto nel 1919

La prima opera di Zandonai messa in scena al Teatro di Rovereto è Francesca da Rimini, dalla omonima tragedia in versi di Gabriele D’Annunzio. Tra i capolavori del decadentismo europeo, singolarmente in equilibrio tra liberty e modernismo, la partitura di Francesca è stata composta nel 1913 ed ha avuto la prima nel febbraio del 1914 al Regio di Torino. A Rovereto l’occasione la offre la riapertura postbellica del Teatro, nel 1919.
Al compositore nato a Sacco e intensamente legato alla terra d’origine, che da Pesaro raggiunge nei periodi estivi, la città guarda come a un figlio eccellente, affermato nel mondo dell’arte e simbolo degli ideali di italianità per i quali la guerra era stata dolorosamente combattuta. Nel 1951 e poi nel 1963 Francesca ritornerà al Teatro divenuto Teatro Zandonai.
Nel 1924, in occasione della intitolazione ufficiale del Teatro al compositore, viene rappresentata Giulietta e Romeo, dal soggetto shakespeariano, due anni dopo il fortunato debutto di un’opera che celebra il ritorno al melodramma popolare. Ritornerà a Rovereto nel 1965 e poi nel centenario della nascita di Zandonai, nel 1983.
De I cavalieri di Ekebù, lavoro di gusto espressionista su libretto tratto da un racconto del premio Nobel svedese Selma Lagerlöf, debuttato nel 1925 alla Scala con la direzione di Arturo Toscanini, il Teatro Zandonai offre la messa in scena nel 1926. Nel 1935 sarà allestita La farsa amorosa, tratta da Il cappello a tre punte di De Alarcon e debuttata a Roma nel 1933.
Le celebrazioni zandonaiane del 1954 ospitano quattro repliche di Conchita, straordinaria opera giovanile e primo successo internazionale. Il soggetto, tratto dal racconto erotico di Pierre Louÿs La femme et le pantin (La donna e il burattino), è lo stesso che ispirerà l’ultimo film di Luis Buñuel Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977).
La protagonista, sigaraia e spogliarellista, trova piacere nell’esercizio del potere sull’innamorato Mateo. L’opera, moderna nella sua pulsione ritmica e nei suoi rimandi psicanalitici, aveva visto nel 1911 nel ruolo di protagonista il soprano Tarquinia Tarquini, poi moglie del compositore.

L’intitolazione a Riccardo Zandonai all’indomani dell’annessione all’Italia

Fatto forse unico nel suo genere, un Teatro riceve l’intitolazione ad un artista vivente, anzi ancora giovane, nel pieno dell’attività creativa. Ragioni ideali legate alla tradizione irredentista del Trentino e alla recente annessione all’Italia, a conclusione della prima guerra mondiale, spingono a celebrare la riapertura del Teatro cittadino con una dedica al musicista più rappresentativo, autore di melodrammi di grande impegno e al tempo stesso di ampio successo.
 Zandonai è il nuovo artista di punta di Casa Ricordi, ha conquistato la stima di Tito che lo considera il legittimo erede di Puccini. Proprio in quel 1924, in novembre, il compositore lucchese verrà a mancare, chiudendo simbolicamente l’epoca del melodramma. I due artisti non si sono frequentati, avvertivano una reciproca estraneità. Certo i loro orientamenti divergono: il naturalismo quotidiano del primo si rovescia nella ricercata sintesi di decadentismo e modernismo del secondo, in coerenza con gli orientamenti culturali coevi.
 Una volta in camerino, nell’intervallo tra due atti di Giulietta e Romeo, i due compositori si erano scambiati qualche vivace battuta amichevole. Zandonai prendeva fiato prima di ritornare sul podio, il più maturo e cordiale collega intendeva porgergli un saluto. Ma nelle loro parole niente musica. Soltanto la caccia, passione viscerale che li accomunava: sul lago di Massaciuccoli e nei boschi trentini di Fiemme, o delle colline marchigiane.